Il lato oscuro dell’acquariologia: perché gli zoo non sono la discarica dei nostri errori

pensione rettili Milano

Se bazzicate l’ambiente della divulgazione naturalistica, forse avete già sentito parlare della Big Fish Campaign. Si tratta di un’iniziativa lanciata dalla BIAZA (l’associazione britannica e irlandese di zoo e acquari) per sensibilizzare il pubblico su un problema tanto silenzioso quanto devastante: il commercio e l’allevamento insostenibile dei pesci predatori giganti in acquario.

posso portare il mio pesce allo zoo

Il meccanismo è sempre lo stesso, quasi matematico: le persone entrano in un negozio, vedono un piccolo e simpatico predatore, lo acquistano a pochi euro e lo infilano in un acquario domestico. Poi l’animale cresce. E cresce. E cresce ancora, finché la situazione non sfugge completamente di mano.

In Italia abbiamo tantissimi divulgatori eccezionali sui social. Allora mi chiedo, anzi, rilancio la palla a colleghi: perché non facciamo squadra anche noi per portare queste campagna in Italia? L’acquariologia sembra aver perso i vecchi forum di una volta nell’era digitale, e oggi serve qualcuno che torni a fare da megafono per queste problematiche.

Gli zoo non sono “svuota-acquario”

Quando il pesce gigante (o il grande rettile, come una tartaruga Mata Mata o una Centrochelys sulcata) diventa ingestibile, la risposta standard del proprietario medio è: “Vabbè, sento lo zoo, lo prenderanno loro!”.

Mi dispiace deludervi, ma gli zoo non funzionano così.

I parchi faunistici moderni non sono nati per fare da discarica agli animali che le persone non vogliono più. La loro missione principale è la conservazione delle specie minacciate. Strutture come quelle associate alla UIZA (Unione Italiana Zoo e Acquari) lavorano su progetti internazionali e gestiscono gli animali tramite rigide liste di surplus, scambiandoli principalmente tra strutture autorizzate.

Cosa succede se uno zoo fa un’eccezione e accetta il vostro Arapaima gratis perché ha una vasca vuota?

  1. Spreco di risorse: Lo zoo dovrà investire fondi, cibo e spazio per mantenere un animale che non ha alcun valore genetico per la conservazione della specie.
  2. Il limbo del surplus: Se quella vasca dovesse servire per un progetto di conservazione urgente, l’animale privato verrebbe inserito nelle liste di surplus. Spesso finirà in vasche dietro le quinte, non esposte al pubblico, aspettando all’infinito che un’altra struttura lo accolga. Una vita al minimo, senza un reale senso.

Se proprio dobbiamo trovare una struttura di recupero, sono i centri di recupero specializzati (es. rifugi rettili ed esotici) a fare questo lavoro, non i bio-parchi.

La storia di Giacomo e del suo Phractocephalus (Redtail Catfish)

Per capire davvero l’entità del problema, sono andato a trovare Giacomo di Acquarishop nel suo negozio. Davanti alla sua vasca gigante, ci siamo fatti una chiacchierata (erano le due di notte!) su un ospite speciale: un Phractocephalus hemioliopterus, meglio conosciuto come Pesce Gatto a Coda Rossa (Redtail Catfish).

“Questo animale lo abbiamo recuperato da un ragazzino ingenuo”, racconta Giacomo. “Ma nel 2026 l’ingenuita non è più una scusa: abbiamo il dovere di informarci prima di metterci un animale in casa. Non esiste il diritto di reso per gli esseri viventi.”

Questo splendido predatore amazzonico è con Giacomo da ben 14 anni ed è diventato il simbolo del negozio. Ma le condizioni per mantenerlo sono a dir poco estreme:

  • Dimensioni della vasca: Spesso la gente dice “lo metto in 80 litri, poi mio cugino me ne regala uno da 300”. Peccato che per un pesce del genere servano più di 2000 litri.
  • Infrastruttura: Parliamo di una vasca che richiede filtri da laghetto, pompe da 5.000 litri all’ora col sistema Venturi per l’ossigeno e, soprattutto, una soletta di casa che possa reggere oltre 2500 kg di peso.
  • Gestione e costi: Mangia filetti di pesce (come il merluzzo) e, crescendo, diventa statico e territoriale. Non può convivere con nessun altro animale perché finirebbe per divorarlo o attaccarlo.

E la cosa più triste? Anche in 2000 litri, gli stiamo offrendo il minimo sindacale per la sopravvivenza, non la prosperità. Quasi nessuno a livello privato ha le risorse economiche e lo spazio per dare a questi giganti ciò di cui avrebbero davvero bisogno. Un animale che vive “al minimo” è un animale che non sta bene.

Cosa possiamo fare? Smettere di comprare.

Se in un negozio di pesci vi trovate davanti a piccoli di Arowana, Pesci Gatto giganti, Pesci Oscar o altri giganti pinnati venduti a prezzi stracciati… girate i tacchi e spendete i vostri soldi altrove.

L’intera filiera commerciale di pesci e rettili dovrebbe riflettere attentamente su cosa importare, vendere e riprodurre. L’unica soluzione reale al momento è la sensibilizzazione e la consapevolezza. Non cedete alla tentazione dell’acquisto impulsivo.

Ringrazio tantissimo Giacomo per la disponibilità notturna e i ragazzi di @relazioni_bestiali per il supporto scientifico e la revisione.

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